Come l’IA rovina alcune professioni

È una frustrazione che si percepisce chiaramente nel settore e che tocca il cuore di una questione molto complessa: la de-professionalizzazione del lavoro creativo in un’epoca in cui l’accesso alla tecnologia è democratico, ma la cultura del lavoro non lo è altrettanto.

Quello che stai sollevando è un tema di concorrenza sleale strutturale che ha diverse sfaccettature. Ecco un’analisi del perché questo “concetto di scorrettezza” è così difficile da far comprendere all’esterno:

1. L’illusione dell’accessibilità

Il pubblico (i clienti) spesso confonde il mezzo con il risultato. Poiché una macchina fotografica professionale è oggi acquistabile da chiunque, si è diffusa l’idea che “se hai una fotocamera, sei un fotografo”. Manca la consapevolezza che la fotografia professionale non è solo lo scatto, ma:

  • Gestione del rischio: Assicurazioni, backup dei dati, gestione delle problematiche in tempo reale.
  • Competenze tecniche invisibili: Luci, post-produzione, gestione del colore, psicologia del soggetto.
  • Costi fissi: Partita IVA, contributi, tasse, ammortamento delle attrezzature, costi di formazione.

2. La “turbativa” di mercato

Chi opera senza partita IVA (o come “hobbista” mascherato) non ha costi di struttura. Questo crea una distorsione del prezzo che rende difficile per un professionista (che deve coprire spese enormi) giustificare il proprio tariffario. Quando un cliente riceve un preventivo professionale e uno “informale” (a una frazione del costo), percepisce il professionista come “caro” anziché il non-professionista come “fuori mercato”.

3. La mancanza di tutele normative

Il settore fotografico, a differenza di altre professioni (architetti, medici, geometri), manca di un ordine o di una barriera all’ingresso che tuteli il titolo. Chiunque può definirsi tale. Questo rende il “valore” del lavoro estremamente soggettivo, indebolendo la categoria davanti ai clienti e alle istituzioni.

4. Il fallimento della comunicazione di categoria

Probabilmente, noi professionisti (o il settore nel suo complesso) non siamo stati capaci di spiegare che pagare un professionista non è un costo, ma una tutela. Se il cliente non percepisce il rischio che sta correndo affidandosi a un “amatore evoluto” (es. perdita dei file, risultati deludenti, assenza di garanzie contrattuali), continuerà a preferire il risparmio immediato.

Cosa si potrebbe fare per cambiare questa percezione?

  • Educare il cliente (Marketing etico): Invece di lamentarsi della concorrenza sleale, molti professionisti stanno passando a una comunicazione basata sulla “trasparenza del valore”. Spiegare apertamente cosa c’è dietro una fattura aiuta il cliente a capire che la professionalità è un’assicurazione sulla riuscita del lavoro.
  • Consorzi e certificazioni: Creare standard di qualità che solo chi ha una struttura professionale può vantare. Se il mercato non ti tutela, devi essere tu a crearti una “bolla” di qualità dove il non-professionista non può entrare perché non ha le certificazioni richieste (es. GDPR, sicurezza sui luoghi di lavoro, protocolli di backup).
  • Segnalazione: La lotta all’evasione fiscale è un tema che le associazioni di categoria dovrebbero spingere con più forza, non per “fare la spia”, ma per ripristinare condizioni di mercato eque. Chi lavora senza P.IVA è tecnicamente un concorrente sleale che opera nel nero.

È un tema molto sentito, specialmente in una regione come il Friuli Venezia Giulia dove l’artigianato.

Una volta la FOTOGRAFIA non si prestava all’improvvisazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *